Il Gruppo Padano di Piadena

- HOME PAGE
- BIBLIOTECA POPOLARE DI PIADENA
- QUADERNI DI PIADENA
- COOPERAZIONE
- CANTI POPOLARI RACCOLTI
- CANTI CREATI
- EMIGRANTI
- ALBUM FOTOGRAFICO
- IL GRUPPO PADANO OGGI

 


E-MAIL

    



"E i va, i va, e intant el padron el fa i so afari e lur i resta sempre quei dè prima, cun li man pieni dè vent, a vardase aturno ala fin dèle quindesìna perché dè setmila franc ghè n'è mia peu".

STUDIO-INCHIESTA SUGLI SCIOPERI DEI CONTADINI
Del 1948 e 1949

- a cura di Giuseppe Morandi -

BIBLIOTECA POPOLARE N. 4
PIADENA (CREMONA) GENNAIO 1959

 

 

AI LETTORI

Dieci anni fa i contadini delle nostre campagne scesero in lotta per ottenere un trattamento economico che consentisse loro di vivere dignitosamente.
Gli scioperi furono due: lunghi, duri, pieni di insidie, talora drammatici.
Che cosa avvenne in quei giorni nel nostro paese, nelle campagne, nelle famiglie, nelle coscienze, lo documenta questo studio collettivo che non vuol essere una delle solite aride cronache, ma la testimonianza sincera di tutti i contadini (scioperanti e no) che, conservati intatti nella memoria ai fatti di quegli anni pieni di speranze, ce li fanno rivivere oggi in un linguaggio spesso scorretto per la difficoltà di tradurre le espressioni dialettali fedelmente, ma vivo, scarno, concreto.
Al lettore una raccomandazione: di elevarsi al di sopra della utile curiosità di individuare i dichiaranti; di considerare e scoprire invece quali sono le vere e profonde cause della situazione dei contadini, aggravatasi dal 1949 ad oggi per il disinteresse di governi più vicini ai padroni che ai contadini.
Ciò favorirà l'avvicinamento ai problemi dei contadini e del lavoro in genere.

LA BIBLIOTECA POPOLARE

 

FAMIGLIE CONTADINE

Lucio, il più giovane dei figli che lavorano, sta accanto alla stufa, con i piedi nudi in due ciabatte malandate. La madre s'affaccenda nel preparare la cena, e gira più volte attorno al tavolo per prendere una cosa o l'altra, mentre Giuseppe, il più piccolo, forse 10 anni, sta grattugiando con grande attenzione il formaggio; dai preparativi che vedo, stasera faranno la pastasciutta.
Quello di mezzo indossa già l'abito della sera mentre il più anziano sta radendosi la barba.
Una vedova con 4 figli, dei quali 3 bergamini e il più giovane ancora scolaro: questa è la famiglia.

IL PIU ANZIANO :
"Ah, ricordo che quello sciopero è finito in luglio. E' cominciato al tempo della mietitura ed è finito quando il grano l'avevano portato a casa quasi tutto. Quell'anno lavoravo sotto Terrazzi di Piadena. Io ho sempre lavorato perché lui era un coltivatore diretto e quella categoria non scioperava, ma quelli che erano sotto altri padroni hanno scioperato tutti. Non era come adesso!
Lo sciopero era per la paga, ma devono aver ottenuto poco o niente, devono aver aumentato 24 o25 mila lire all'anno." (B.E.).

La moglie sta cucendo in un angolo a fianco del largo tavolo che è appoggiato al muro, dovendo il marito, di fronte al focolare, usar la "mèlega" per far scope.
I figli: il minore ha dinanzi un libro, studia alla scuola di avviamento; il maggiore se ne sta a fianco della stufa, guardando in aria e distraendosi con gli oggetti che incontra con lo sguardo.
E' la fine di un giorno, trascorso dal padre nei campi, dalla madre in casa, dal figlio minore a scuola e dal maggiore all'officina. Un giorno è finito e ora riposano, per modo di dire, calmi, sereni. Domani un altro giorno ricomincerà.
"Lo sciopero del 49 - dice il padre - è durato una quarantina di giornate. Ne parlava ieri il padrone. Diceva: di notte nella stalla, di giorno nei campi, c'era da diventar matti. Poi finalmente sono tornati al lavoro, li aspettavo in grazia. Certo, stando occupato giorno e notte potevo tirare avanti ancora un po'. Però - conclude - di quegli strapazzi se ne risente ancora oggi".
(G.M.)

 

In decine di queste famiglie contadine è entrata la nostra inchiesta sugli scioperi di dieci anni fa. E dovunque la memoria di quella gente dalle idee semplici e chiare ci ha dato una risposta cortese, una spiegazione spesso minuziosa, un ripensamento di quei giorni drammatici.
Ma procediamo con ordine, ascoltando dalla viva voce dei contadini le varie fasi della lotta.

 

 


INIZIO DELLO SCIOPERO DEL 1948

Madre: "Quando c'è stato quello di 17 giornate abitavamo ancora al "Calderon", invece quando c'è stato quello di 40 giornate, eravamo già venuti via"-
Figlio: " Sì, hai ragione".
Madre: "Il primo è stato incominciato ai primi di giugno. So che avevano già cominciato a far le strade nel frumento". (Madre di C.O.)

 

QUESTO SCIOPERO PRESENTO' UN EPISODIO GRAVE

"…Dopo qualche giorno di sciopero capitò questo. Una mattina qualcuno dice: - Hanno tagliato le viti a Mazzuzzi e a Madasi - e circolavano già voci che a tagliarle erano stati gli scioperanti.
I padroni andarono a denunciare il fatto ai carabinieri che andarono a casa di questo e di quello scioperate a fare domande o a portarli dentro. Ricordo che portarono dentro Cornelli, Gelanti, Bolsi, Soragni e altri. La mamma di Bonetti, quando sentì questo andò a casa di Mazzuzzi e gli disse:
"Ricordatevi, se fate metter dentro mio figlio, vi taglio il collo a tutti!, perché non sono stati gli scioperanti a tagliare le viti".
Io sono stato a vederle le viti tagliate nei campi di Mazzuzzi: erano tagliate dove c'era meno uva, una qui e una là, piante quasi secche. Ma erano tagliate in modo da fare nessun danno alla vite, sopra la "gambadura", così che se non quell'anno, avrebbero fatto l'uva l'anno prossimo. Chi le aveva tagliate doveva essere uno che se ne intendeva e forse interessato, perché per dispetto gliele avrebbero tagliate in fondo, non sopra la "gambadura". Cosa vuoi farci, questo era stato fatto per impaurire un po' gli scioperanti." (A.M.)

Quando ci fu la questione delle viti, misero dentro il mio Luigi. Io diventavo matta. Lui, poverino, da un anno o due era tornato da soldato, lo avevano chiamato su a 19 anni e fece via tutta la guerra, e nemmeno sapeva dov'erano i loro campi. Ma tutto era già progettato: alla sera del giorno che portarono dentro lui e gli altri, quelli che forse avevano tagliato le viti fecero una gran cena. Allora c'era quel brigadiere che abitava dove ora sta il veterinario. So che io, dal dispiacere, non sono più andata in piazza per sei mesi, non andavo nemmeno a comperare il pane per vergogna della gente; alla festa andavo in chiesa fino a Piadena, per non farmi vedere a Vho. Poi tutto si smorzò e il mio Luigi lo mandarono a casa con gli altri, tranne Bolsi che fu mandato a Casalmaggiore. (Madre di C.)

Era un pomeriggio. Al Pomeriggio parlava Delvaro Rossi quando entrò uno che disse: "A Vho hanno tagliato le viti!"
Subito pensai: "Vedrai che porteranno dentro qualche scioperante".
E finito il comizio, io e altri siamo sull'angolo della Pellegrina quando vediamo sopraggiungere due carabinieri: Quando ci sono davanti levano un foglio e leggono dei nomi. Chiamano me, G., B., B., S., e noi diciamo:- Eccoci qua, siamo noi.-
E loro: "Venite con noi in caserma che il maresciallo vi deve parlare". E con un carabiniere davanti e il brigadiere dietro andiamo verso Piadena.
Alla strada che porta alla cascina Foccoli, il brigadiere dice a B., che abitava là: "Voi potete andare a casa". E noi andiamo in caserma, dove ci sono altri due contadini: mio cugino P. e un altro.


Nell'ufficio dove il brigadiere interrogava, c'era anche M. e uno alla volta ci chiamavano dentro. Prima entra B. ed essendo la porta aperta sentiamo che cosa gli domandano e intanto vediamo M. che, col cappello in mano, va avanti e indietro nella stanza e dice:
" Soltanto quegli sporcaccioni di comunisti possono essere stati!".
Viene il mio turno ed entro. Mi domanda:
"Sapete qualcosa delle viti che sono state tagliate a Vho?".
Ed io: "Non so niente".
E lui continua a far domande e alla fine gli dico: "Sentite, se volete mettermi dentro perché sono comunista, mettetemi, ma io delle viti non so niente! "
E così uno alla volta, dopo averci interrogato, levato il portafoglio, la cinghia, i lacci e tutto ciò che avevamo addosso, ci mettono in galera. B. l'avevano messo in una cella da solo, io e S. insieme. Sonetti non era a casa e venne sua madre in caserma. Era fuori di sé dalla disperazione: aveva una roncola dal filo nuovo e voleva tagliare il collo a tutti.

MOGLIE: quel giorno io ero in filanda e quando usciamo sentiamo la gente che dice:- Hanno messo in prigione dei contadini!-. La figlia di B., che lavorava con noi, si mette a piangere perché le avevano detto che fra questi c'era suo padre.
MARITO - Geni l'hanno messo dentro la mattina del giorno dopo, in una cella separata. Noi non lo sapevamo neanche che era in prigione perché non l'avevamo visto.
MOGLIE - Pensa che non gli davano nemmeno da mangiare e i famigliari dovevano portarglielo.
MARITO - E la minestra, prima di consegnarla, la facevano passare col cucchiaio per paura che ci fosse dentro qualcosa; e il pane lo aprivano a metà col coltello per paura che ci fosse nascosto qualche biglietto.
Quel giorno eravamo preoccupati, e ricordo che non sapevo raccapezzarmi. Pensavo a casa, pensavo a ciò che poteva capitare e andavo avanti e indietro in quella cameretta dove c'era appena un tavolaccio. Pensavo che forse mi avrebbero portato a Casalmaggiore. Ma poi tutto questo spariva e venivano altri pensieri. L'unica cosa che mi faceva arrabbiare era perché ero dentro senza aver fatto nulla.
Così viene la sera e alle dieci e mezza passate, il maresciallo viene a visitare la cella e ci dice:
"Per questa volta potete andare. Ma se dovesse cadere ancora una foglia di vite a Vho, i primi a venir dentro siete voi".
E io gli dico: "Queste mani hanno i calli: come posso aver distrutto quello che con queste mani ho aiutato a crescere?".
E così è finita. B. l'hanno mandato a Casalmaggiore il giorno seguente e dopo sei giorni l'hanno scarcerato anche lui, e della questione delle viti non ne hanno più parlato. Si era sentito dire poi, chiacchiere di gente, che chi era andato in caserma a denunciarci, aveva dovuto pagare 70 mila lire perché ci aveva fatto arrestare senza essere sicuro che fossimo stati noi, e perché non aveva firmato il verbale.
Ma son chiacchiere della gente, non c'è niente di sicuro.
(C.L. e moglie)

Ricordo che quell'anno c'era stato il gelo. Un pomeriggio la figlia di Mazzuzzi tornò dai campi gridando:
"Gli scioperanti hanno tagliato le viti nei campi di mio padre!", e andò in caserma a denunciare il fatto. Ma certo loro sapevano già chi far mettere dentro, forse d'accordo col brigadiere che abitava a Vho.
La mattina seguente, finita una riunione, S., C., e B. li fermarono i carabinieri e li portarono dentro. Io mi ero fermato a Piadena e vennero ad arrestarmi dopo. Quando io entrai, loro erano già stati interrogati ed erano già in camera di sicurezza. Ci interrogarono un'altra volta tutti insieme e ricordo che il maresciallo ci diceva:
"Le vostre mani hanno tagliato le viti, le vostre mani hanno tagliato le viti!"

(Intanto che così dice, il contadino si guarda le grosse mani callose, dalle grandi dita. Le muove, le allarga e le stringe pianamente. E con quei due occhi piccoli e luccicanti mi guarda in faccia con un volto serio, sereno, ed io l'osservo, l'ammiro. Guardo quella faccia scarna, vedo in quei due occhi brillanti la miseria, la fatica, il lavoro, l'umiliazione, che non solo lui, ma tutta la gente della stessa categoria ha sofferto vivendo.)

"Ma cosa vuole che abbiamo tagliato!" gli dicevo io.
Ma lui insisteva e gridava come uno straccivendolo, là dentro. Voleva darci degli schiaffi sulla faccia per farci paura e farci confessare. Voleva che dicessimo che eravamo stati noi a tagliare le viti, e sempre più gridava minacciandoci e schiaffeggiandoci. Questa è verità, non sono balle!
Il sindaco aveva detto che non potevano arrestarci perché non era provato che fossimo stati noi e aveva detto al maresciallo di indagare e di lasciarci liberi. Ma lui ci ha tenuti dentro lo stesso.
Bolsi stette male e alla mattina lo portarono a Casalmaggiore su una camionetta della Celere, mentre noi fummo lasciati liberi la notte stessa verso le ventitré. Ma non avrebbero potuto tenerlo dentro e mandarlo a Casalmaggiore perchè non c'era una denuncia, perché i 4 che erano andati a denunciarci non avevano firmato. A Casalmaggiore aspettavano la denuncia, e visto che non arrivava, Bolsi fu mandato a casa. Nino de Nato che aveva già preso paura perché capiva che la gente scopriva quello che agli altri aveva fatto, si era ritirato. Ma nemmeno agli altri poi hanno firmato il verbale di denuncia. (G.E.)


Allora eravamo nel 48: quello sciopero durò 11 giorni. Io fui messo dentro la sera del 3 giorno, che era un giovedì, e uscii il venerdì notte, verso le ventitré. Lo sciopero finì poi il6 giugno, che era una domenica, e incominciammo a lavorare il 7.
Noi lo sapevamo dalla mattina che erano state tagliate le viti e che incolpavano gli scioperanti.
SORELLA: "Si diceva allora che c'era un elenco di una quarantina di nomi, tutta gente sospettata di quel dispetto. Ma c'era già tutto pronto, il complotto era stato fatto da X, nella sua aia, davanti alla stalla: prima di tagliar le viti sapevano già chi far mettere dentro."
MADRE - (ultraottantenne, sta a far la calza, mi guarda con occhi fissi e dice con voce sottile e rauca). Pensa che M.è venuto fino a casa mia quando il mio Mario era dentro. Quando è entrato io ero a cavar l'acqua e gli dico:
"Me lii fatta pran grosa, si stat en gran balos!"
E lui mi fa: "pisss pisss… " e intanto va in casa.
Poi gli dico: "Se mio figlio avesse fatto quella cosa, direi che è stato uno scalmanato. Ma lui non l'ha fatta e perché lo avete fatto arrestare?"
E lui mi dice, sempre a bassa voce per paura che sentissero i vicini:
"Io sono amico del brigadiere e se voglio posso farlo uscire!"
E io: "E gli altri!"
"Ah, gli altri no. Sono troppo caldi per il partito!"
Dopo un po' mi dice: " Dite a vostro figlio che stracci la tessere del suo partito e che non si faccia più vedere a vendere i giornali là in fondo, se no vengo fuori io e gli do due calci nel culo!"
E io gli dico: "Ah, non credo che il mio Mario stracci la tessera del suo partito!"
E intanto che siamo lì a parlare entra mia figlia, quella già sposata, e appena lo vede, si mette a gridare: "
"Endè fora da chela casa chè, balos! Endè fora che si gnanca degn dè melighe i pè, balos den disunest che ghi fat meter denter dela zent unesta e i balos e i vigliac jè quei che jè andat a denunciai!" (traduz.: "andate fuori da questa casa, balos. Andate fuori che non siete degno di metterci i piedi, balos di un disonesto che fate mettere dentro della gente onesta e i balos e i vigliacchi sono quelli che sono andati a denunciarli!"
E gli apriva l'uscio per insegnarli la strada, ma lui andava a chiuderlo e vi si metteva contro e aveva paura che sentissero i vicini. Mia figlia continuava a gridare e lui era mezzo interdetto e non sapeva più cosa dire.
FIGLIA: così venne sera, e mia sorella che prima di andare a casa passò dalla caserma, disse al secondino:- Garai tant da sta denter ste zent?- (trad.dovranno star dentro per tanto tempo?)
E quello le risponde: "Non sappiamo niente, comunque, usciti questi, ne entreranno altri, fino a quando non avranno trovato il colpevole".
E mia sorella, che non ha peli sulla lingua, gli dice:
"Per trovare chi ha colpa bisogna mettere dentro i padroni delle viti che sono stati loro a tagliarle, non metter dentro della povera gente perché fa sciopero!". E così poveretta anche quella notte non ha dormito perché non sapeva che dopo qualche ora che era a casa, li avevano liberati. (S.M., sua sorella e la madre)

Intanto che io, G., C., e altri tornavamo da una riunione dove avevamo detto di tener duro, di non cedere ai padroni, quasi alla pesa di "Pellegrin" due carabinieri ci dicono: "Alt!" e incominciano a leggere nomi su un foglio. E ci dice:
"Venite con noi in caserma".
E noi: "A far che cosa?".
"Vi devono parlare".
Noi pensavamo a chi lo sa cosa. "Ma cosa vorranno mai costoro?" diceva Luigi già preoccupato.
"Di che cosa vuoi temere - gli dicevo io, - ammazzato non abbiamo ammazzato, rubato neanche".
Quando siamo là veniamo a sapere che ci avevano chiamato per quelle viti tagliate.
"Ma dove vuole che sia stato questa notte - rispondevo al maresciallo che me lo domandava, - a letto con la mia donna ".
Poi mi hanno fatto altre domande che non ricordo più: dove ero, cosa facevo, se scioperavo, e altre storie. E intanto che mi interrogavano c'era là un comandante della Celere che mi diceva: "Ma che cosa vi immischiate a fare voi, che siete vecchio, con dei partiti e con degli ideali!-.


"Alchè n'ater stupit - pensavo, - se voglio ottenere qualcosa che adesso non ho, sono io che devo agire, non sei tu, furbone, che me lo dai per niente".
Gli altri sono rimasti dentro quel giorno e alla notte li hanno liberati; io ero in una cella da solo e non potevo parlare con nessuno.
MOGLIE: "Ghe purtaum nuater da mangià: pensa che quand ghe purtavi el pugnatin della minestra, a ghera en carabinier che el la fiva balà cun en cuciar. Cusa volel che ghe meta denter - che disivi me - el velen per fal morer? L'è el me om, sal, questo!".
"Noi abbiamo l'ordine di farlo e dobbiamo farlo" el mè rispundiva.
CONTADINO - E così la mattina seguente mi portano a Casalmaggiore su una camionetta della Celere, con un carabiniere di scorta.
Doveva essere un sabato e sulla piazza di Casalmaggiore doveva esserci il mercato. Un mucchio di gente andava e veniva e io e il carabiniere ci passammo in mezzo chiedendo all'uno e all'altro dev'erano le prigioni. Se avessi voluto, potevo scappare. Chi mi avrebbe trovato in mezzo a tutta quella gente? Non avevo neanche le manette. Dopo tanto arriviamo a queste prigioni e il carabiniere dice al custode: "Dategli un pagliericcio pulito a questo buon uomo". E lui me lo diede.
MOGLIE: "Pensa che a Piadena lo facevano dormire per terra, al freddo".
LUI: "Sì, sì, quella notte che ho dormito qui mi sono coricato sul tavolaccio, per riposare un po'."
MOGLIE : " Era dentro da solo e per i bisogni aveva una latta in un angolo della prigione. Ti immagini che odore là dentro?"
LUI: (prosegue il racconto): Io in tasca non avevo nemmeno un centesimo e dico al carabiniere che mi accompagnava : "ha qualcosa da prestarmi?". Mi ha dato cinquecento lire. A sommare i giorni fatti a Piadena e quelli fatti là, sono stato dentro sette giorni.
Alla fine dei sette giorni, una mattina, vengo chiamato davanti al pretore. Ricordo che davanti aveva un gran librone dove siamo notati tutti noi che siamo sotto Casalmaggiore. E mi domanda:- Come ti chiami?-
Io gli rispondo:- Bolsi, me ciami-, e intanto che lui cerca il mio nome su quel registrane, gli dico: "El varieghi ben che quei de la me razza jè mai stat denter per vi rubat o masat!-. Dopo mi domanda: "Dove sei nato?"
"A Scandulèra" rispondo.
"Va bene, va bene - mi dice lui, - puoi andare, poi ti manderemo a chiamare noi".
Quel giorno era venuta mia figlia per vedermi e la incontrai nel corridoio. Così è finita. Cosa vuoi mai, quelli che ci hanno fatto metter dentro hanno dato i nomi dei più forti, di quelli che organizzavano. (B. Costante)

"… intanto l'avevano stampato anche sul giornale: dicevano che erano stati tagliati dei vigneti e che c'erano danni per dei milioni; allora non si parlava che di quella cosa"
(Sorella del contadino S.)

Noi avevamo parlato col nostro avvocato per sporgere querela a quei quattro che ci avevano denunciato, ma ci volevano tanti soldi, e poi col governo che c'era, che faceva il possibile per danneggiare i contadini, era impossibile vincere. Intanto il giornale aveva pubblicato che a Vho gli scioperanti avevano tagliato le viti ai piccoli proprietari, così andammo sulla bocca di tutti.
Tanto pasticcio per nulla: se ci hanno rimesso tanto, in quattro avranno perso in tutto tre chili d'uva. C'era stato il gelo quell'anno e le viti avevano preso la brina. Loro, i furboni, avevano tagliato quelle gelate, dove non c'era possibilità di germoglio, oppure in qualche altra "i ga mia tajat el mader nuvel, che chèlalter an el gares fat l'uva, ma i ga tajat la trappa, indua ghera seu nient. (G.E.)

Un pomeriggio che andavo con la solita zuppiera a prendere il latte, sotto il portico incontro il signor P. che mi chiede:
"Dove vai?"
"A prendere il latte" rispondo, e lui, con la faccia arrabbiata che pareva volesse mangiarmi, mi dice:
"Brutta sfacciata, non hai neanche vergogna!".
E io, con la zuppiera fra le mani, spaventata, gli rispondo:
"Farò senza del suo latte …" e sono tornata indietro.
T. poteva però avvertirmi, come aveva avvertito gli altri di non andare a ritirare il latte,lui che sapeva che il padrone s'era messo là per attaccar briga con le donne degli scioperanti! Invece lui non m'aveva detto niente.
(Madre del contadino O.C.)

Una domenica sera io e altri amici andavamo al cinema a Piadena, tutti in fila in mezzo alla strada. Davanti alle "Due fontane" vediamo un uomo in bicicletta che va da una parte all'altra dello stradale.
"Guarda quello!" dico io agli amici, e giù a ridere.
Era G., il fratello di N. Doveva esserci qualche predicatore, quella sera dal prete, per essere ancora fuori a quell'ora. Ma noi non l'avevamo conosciuto. Quando siamo davanti a Pedrazzini , e A. ci spostiamo per farlo passare: lui ci passa in mezzo, poi fa un'altra curva e va a finire contro il muro.
R. torna indietro a vedere chi è, ma siccome era appena venuto da Voltino, non lo riconosce e viene via ridendo.
MADRE: "Quella sbornia l'aveva presa al Calderon, dove andava a fare il crumiro, poi è andato a Piadena alla predica"
FIGLIO: " Sul marciapiede c'era il dottor G. e altra gente: lo hanno sollevato e portato all'ambulatorio. Veniamo a saperlo dopo, che era lui; pensa che tuttavia avesse la sbornia e non fosse stato capace di andare in bicicletta, ha conosciuto me e A. e ha fatto la denuncia in caserma che io e A. l'avevamo spinto quando ci era passato vicino. Sai che avremmo dovuto andar dentro? Per fortuna il dottor G. e gli altri che avevano visto, hanno detto in caserma come è stata.
Dopo aver oltrepassato quella gente, ha fatto un altro pezzetto di strada e poi è andato ancora contro il muro"
(O.C. e madre)

 

FINE DELLO SCIOPERO DEL 1948

E' stato un temporale venuto alla domenica, a decidere. Era per S. Pietro. Ricordo che la gente diceva che lo sciopero era finito quando uscivamo dal cinema. Con l'acqua che era caduta, quelli che avevano mietuto dovevano " far ballare" i covoni, gente non se ne trovava ed è stato per questo che i padroni hanno firmato. (C.O.)

Alla sera della domenica veniamo a sapere che lo sciopero è finito e dico al mio povero papà:
" Domattina dobbiamo alzarci presto, lo sciopero è terminato".
"Va bene" mi dice lui.
Viene in casa la Bigia di G. e ci dice:
"Guardatevi dall'andare a lavorare domattina! C'è T. nella stalla con una sbornia tremenda, senza dubbio vi manda via."
"Se non è finito nell'abbeveratoi - dice mio fratello - è il momento che glielo scaravento!"
E alla notte ci alziamo tutti e quattro, mio padre davanti ed io e i miei fratelli dietro. Andiamo nella stalla: non c'è nessuno. T. è sul carro del fieno, coricato, a smaltire la sbornia.
Incominciamo tutti e quattro a portar fuori il concime con le carriole, perché avevano fatto la concimaia nella stalla, non l'avevano più portato fuori da quando era cominciato lo sciopero.
Abbiamo quasi portato via il concime di mezza stalla quando T., barcollando, entra. Io l'incontro in mezzo alla porta ma non mi dice niente. Poi va in mezzo alla stalla, si guarda attorno e va a pulire gli abbeveratoi delle manzette, dove era caduto un po' di fieno. Mio fratello L. gli dice: "Siamo capaci anche noi di pulire gli abbeveratoi!"
E lui: "Andate fuori di qui!- Andate via! Io ho l'ordine del padrone di non farvi lavorare!"
"Noi restiamo qui e il lavoro lo facciamo. Se poi non vorrà pagarci, lo avremo fatto gratis."
Ma lui continua a gridare : "Andate fuori! Andate via! Io ho l'ordine dal padrone!"
Mio fratello A., che s'era già scaldato, gli dice:
"Guarda che se nessuno t'ha mai buttato nella vasca, ti ci butto io!- Lui brontolando se ne andò. Intanto noi vuotammo la stalla di tutto il concime, lavammo tutte le vacche che erano inzaccherate di merda fin sulla schiena e facemmo venire la stalla come prima dello sciopero.
Alla mattina presto, verso le sette e mezza, c'era già il padrone sull'aia, pronto a strapazzare mio padre perché aveva scioperato e a dirgli:
"Guarda come hai ridotto stalla e vacche!."
Ve l'immaginate la rabbia perché non poteva sfogarsi? Quella è stata la causa della disdetta.
MADRE : E così a S. Martino ci hanno messo in strada. E' una gran botta avere quattro uomini in strada e non sapere dove andare a lavorare! L. è stato quattro o cinque anni senza padrone fisso.
UN FIGLIO : Io sono andato a lavorare alla Cascinetta. Ma ci sono stato poco perché quell'anno c'è stato lo sciopero e gli stessi contadini, quando andavano per la quindicina, per avere una scusa di fronte al padrone, gli dicevano:- Io ho scioperato perché è stato C. a impormelo-. Così mi hanno disdetto anche lì.
MADRE: E' anche la gente che ti fa del male . Da G. qualcuno diceva: "E' C. che impone di scioperare. Altri sono andati a dire al padrone che il mio L. voleva ammazzarlo".
FIGLIO: Il padrone ha anche detto che io ero uno sfacchinato perché non lo salutavo quando gli passavo vicino. Io ho imparato da lui: l'ho salutato due o tre volte e lui si voltava dall'altra parte. Si arrangerà, dissi allora, e se l'incontravo, gli passavo sui piedi senza guardarlo. Non mi sentivo di salutarlo.
MADRE : Poi il mio uomo si ammalò di un male senza rimedio e quando andavo all'ospedale a trovarlo mi domandava:
"E allora, lavorano?"
"Sì, lavorano, non pensateci" - gli dicevo, per non fargli provare dispiacere: e pensare che avevo già a casa, nel cassetto della tavola, la disdetta del mio L. che lavorava alla Cascinetta.
Poi è venuto a casa a morire .
Stava ancora in piedi, camminava, ma non c'era più niente da fare; e lo vedevo a casa in ozio, così ancora di più si rodeva. (C.O. e madre)

 

Nel 1949 i contadini scendono ancora in lotta


TESTMONIANZE

L'abbiamo fatto per avere un aumento della paga. Da 110 mila lire siamo a 180 mila in contanti. Con quello sciopero abbiamo ottenuto 70.000 lire di aumento all'anno. L'aumento del "genere" c'è stato appena finita la guerra. Ricordo che tornato da soldato avevamo 7 quintali di frumento e 12 di granoturco (M.G.)

Era per la paga, per la legna, le giornate e il granoturco. Prima di legna ce ne davano 25 q. per anno e adesso ne prendiamo 35. Di frumento ce ne davano 3 quintali e adesso 7, di granoturco ce ne davano 12 pertiche alla zappa a terzo e ora ne prendiamo 12 quintali secco, senza dover andare a lavorare ancora nei campi per zapparlo o fare tutti gli altri lavori, e con l'incertezza di arrivare a farne 12 q. a causa del tempo. (B.C.)

Allora avevo sedici anni, ma lavoravo già nei campi. Per noi giovani, quando c'era sciopero era un piacere, appena perché erano giorni di festa. Ma quella volta sono stati 40 giorni di festa. A S. Antonio, dove lavoravo io allora, su 105 contadini, soltanto 5 non hanno scioperarono.
Quante volte, in gruppo, andavamo per la campagna a dire ai contadini nostri compagni che lavoravano, di andarsene a casa! Ma in quei giorni c'era in giro tanta polizia e quando ci vedeva in gruppo ci seguiva e a volte ci capitava lì all'improvviso intanto che andavamo in qualche cascina a convincere qualcuno perché scioperasse. La Celere manganellava e qualcuno le ha prese.
Poi diversa gente è stata messa in prigione, in particolar modo i capilega. Poi ci sono state delle liti fra gli scioperanti e i crumiri. Allora anch'io avrei picchiato i crumiri: avrei fatto male però perchè ora capisco che avrebbero scioperato anche loro se non avessero avuto paura del padrone; non riuscivano a capire il male che facevano a quelli che erano in sciopero.
Tanti erano ignoranti e per questo erano da capire. Ma in quel tempo non ragionavo così, ero un caldo e basta. Comunque c'è stato lo stesso, credo, l'85-90% di scioperanti e siamo riusciti a ottenere quello che volevamo. Ricordo che S., il padrone di S. Antonio, poiché non aveva uomini, è andato a prenderne 40 al casermone di Cremona: gente che non ha mai fatto niente per tutta la vita, sfrattati ricoverati dal comune, e poveri disgraziati.
In quei giorni pagavano bene: 1500 e anche 2000 lire al giorno: ma non li ha subito pagati tutti. I più furbi, che avevano fatto il contratto prima di andare a lavorare, li hanno presi, ma gli altri per prenderli hanno dovuto presentarsi ogni settimana, e per un bel pezzo.
Intanto i giorni passavano: chi andava all'osteria, chi nell'orto. Non si sapeva cosa fare.
Certi avevano vergogna a farsi vedere dal padrone e qualcuno di questi, dopo una decine di giorni ritornò al lavoro. Allora mio fratello e altri andarono a casa sua, quando c'era; e riuscirono a convincerne qualcuno. Se il padrone veniva a sapere chi era stato a convincere quei lavoratori che stavano di nuovo a casa, lo faceva arrestare dalla Celere. Questo fin che lo sciopero finì. Allora tutti si trovarono nelle osterie, crumiri e non crumiri, a parlare e discutere, contenti di aver vinto. (F.G.)

I padroni hanno fatto venire gente dal bergamasco che andava a lavorare da padroni che promettevano mari e monti: ma alla fine non hanno preso la metà di quello che credevano, perché erano stati là a mangiare. (A.M.)

Una sessantina di crumiri ci saranno stati senz'altro, tra contadini, bergamini e piccoli proprietari che andavano a destra e a sinistra ad aiutare questo e quel padrone. Poi ferrovieri, muratori, calzolai, sarti che arrivavano da ogni parte.
Tanti saranno stati disoccupati, altri saranno stati proprietari di un campetto e sentendo che nel cremonese c'era sciopero, allettati dalle promesse dei grandi proprietari di azienda che andavano là a cercarli, avranno pensato:
"Questa è l'occasione buona per guadagnare qualcosa. I lavori che devo fare nel campetto li farò al ritorno."
E così venivano qui, dove gli offrivano mari e monti, ma alla fine gli davano quel che i padroni volevano. (R.A.)

B., di San Lorenzo, ha fatto arrivare crumiri dalla zona bresciana e bergamasca. G. invece no. "El ghe la fiva cun i so Crumiri e cun chi mez calzet di chi fitavulet che jandava a munsighe". (M.G.)

Di crumiri ce n'erano: i soliti. In particolar modo quelli che abitavano in cascina non avevano il coraggio di astenersi, perché abitavano nell'aia, vicino al padrone. Credo che se la loro abitazione fosse stata appena fuori dell'aia, diversi avrebbero scioperato.
Poi ci sono anche quelli che hanno incominciato lo sciopero e dopo due o tre giorni hanno dovuto ritornare al lavoro perché tormentati dalle loro donne.
D. l' hanno portato a lavorare la moglie da una parte e la figlia dall'altra. Lui aveva vergogna a farlo sapere, e diceva che quando era incominciato lo sciopero era ammalato e c'è andato dopo due giorni, quando è guarito. (M.U.)

 

QUESTO SCIOPERO E' CARATTERIZZATO DA UNA LUNGA SERIE DI EPISODI CHE LA TESTIMANIANZA DEI PARTECIPANTI RENDE VIVI E PALPITANTI NELLA LORO DRAMMATICITA'.

Questo si può dire l'unico sciopero ben riuscito. Senza dubbio scioperavano l'80-85%. A Vho i crumiri li facevano i piccoli proprietari o piccoli fittavoli come G., R., N., M., M., che andavano ad aiutare Grasselli, per il resto erano i soliti due o tre vecchi, che l'hanno sempre fatto.
MOGLIE : ricordo che lavorava con me in filandola moglie di T., la quale diceva che le sue vacche le mungeva sua sorella, mentre suo marito andava a mungere da Grasselli. Ho sentito poi che s'era ammalato e deve essere andato all'ospedale.
LUI: lo sciopero era dichiarato solo per i contadini. Le vacche dovevano essere governate, perché potevano dirci che eravamo dei vigliacchi, perché il latte serve negli ospedali, per i malati, per i bambini e per tutta l'altra gente.
Questa doveva essere l'ultima nostra arma e, come si sa, l'hanno usata alla fine. (L.C.)

C'era la possibilità di far finire prima lo sciopero.
Ma certi padroni piuttosto che dare un aumento ai suoi contadini, preferivano far morire le vacche nella stalla, perché non le mungevano e non davano loro da mangiare.
Ci sono state delle notti che le vacche di Grasselli hanno continuato a muggire per la fame e perché avevano le mammelle gonfie e non le mungevano.
I crumiri facevano i lavori come potevano. Mungevano quando avevano tempo e così portavano da mangiare. Da Grasselli si sono ridotti a fare enormi mucchi di stallatico nella stalla. E finito lo sciopero, i contadini che avevano scioperato, l'hanno portato via. (G.E.)


Non parliamo delle donne: lo dicono che sono il pericolo numero uno!
Tanti uomini erano convinti che lo sciopero era giusto, ma un po' la paura del padrone, un po' la donna che gli diceva: "Guarda quello là che a lavorare ci è andato, lui si che è furbo!" ,. stanchi di farsi tormentare, andavano.
Ma non sai quanti erano quelli che in quel tempo non facevano sciopero a causa della donna? Certa gente capiva tutto, e tuttavia tornava al lavoro contro voglia per non farsi tormentare dalla moglie e stare un poco nella famiglia. Ma dentro di lui sapeva che era giusto scioperare. La paura, la timidezza, la vergogna, insomma la mancanza di coraggio costringevano parecchi a recarsi a lavorare. (R.A.)

Dove lavoravo io lavoravano il fattore e quelli che abitavano nell'aia. Si può dire che ogni sera erano ubriachi. C'era N. che un giorno sì e uno no scioperava: non era convinto.
Anche altri facevano così: scioperavano un giorno per non farsi criticare dagli scioperanti, poi il giorno seguente per paura del padrone andavano a lavorare, e così tiravano avanti. Ma non erano loro che potevano darci man forte.

MOGLIE : - G. e N. lavoravano appena quando c'era il padrone, poi andavano a nascondersi nei barchessali. E saltavano fuori quando il padrone tornava a farsi vedere.
LUI :- Ecco, tutto ciò che sapevano fare. Non erano convinti, non dicevano "devo scioperare per il mio interesse". No, non sapevano nemmeno loro da che parte stare: non avevano piacere stare col padrone per non farsi criticare dai compagni che erano in sciopero e avevano paura del padrone perché abitavano in cascina. E così tiravano avanti, poveretti!
Poi c'erano anche quei "mez calzet" di piccolo fittavoli che andavano ad aiutare l'uno e l'altro.
MOGLIE: - N.andava al Belgiardino, M. da Foccoli. Poi c'erano anche le mie vicine che andavano a pestare il fieno nei silos di Grasselli. (M.G. e moglie)

In quel tempo facevo "el famèi de fagot" a Tornata. Avevo 15 anni. Tutti i bergamini che lavoravano dal mio padrone erano in sciopero ed io, che ero come uno della casa, dovetti andare nella stalla. Non ti so dire il lavoro che ho fatto! Di notte nella stalla, alla mattina nei campi, al pomeriggio nella stalla e se terminavi presto, via ancora nei campi.
Alla sera non avevi voglia di uscire perché avevi le ossa a mucchio e andavi a letto perché al mattino bisognava alzarsi prestissimo.
Ah, quanti accidenti ho augurato al padrone e a quelli che scioperavano.Ma cosa volevi farci, bisognava tirare avanti e tacere. Giorni feriali e domenica non c'era sosta, le vacche bisognava mungerle, l'erba bisognava tagliarla, e allora sotto sempre a lavorare.
Crumiri ce n'erano tanti, venivano da ogni parte perché i padroni, purché portassero avanti i lavori, concedevano quello che richiedevano, 2000, 3000 e anche più lire al giorno. Certa gente, golosa del soldo, piombava giù dalla bresciana , dal bergamasco e da ogni parte, e mungeva, così, in qualche modo, basta prendere i soldi. Non sono state poche le vacche rovinate in quel tempo. Nelle mammelle il latte diventava come ricotta perché non mungevano la vacca o la mungevano male, e così era rovinata perché si formava la mastite. Non sai quanto danno hanno avuto i padroni! Con la metà dei soldi che hanno perso per pagare i crumiri e con quelle vacche che hanno dovuto vendere perché ammalate di mastite, potevano accontentare i contadini che facevano sciopero. (B.E.)

 

LE DONNE IN QUEL TEMPO

Allora era lo sciopero dei 40 giorni. A casa mia, che si può dire era la sede, vengono: l'A., la R., la C., la C., la C. e altre e dicono: A Bardelle, da Scaramazza, ci sono crumire di Voltino e Colombarolo che bisogna convincere a tornare a casa.-
"Ebbene, ci andiamo" dico io.
Alla fine diciamo:
"Domattina ci troviamo e partiamo".
E alla mattina, alè, in bicicletta, e via verso Bardelle. Saremo state in otto o nove e doveva esserci stato anche qualche uomo. Da quelle parti abitava ancora la L. che appena ci ha viste tutte in gruppo è partita.
Quando le siamo vicine, la vecchia Scaramazza ci chiede:
"Cosa volete?"
Ed io e le altre:
"Vogliamo che quelle donne vadano a casa!"
"Lo sapete che anche noi triboliamo, e le cose non vanno sempre bene!"
"Noi lottiamo per il pane dei nostri figli, per la fame, e quelle crumire ci rovinano!"
"Capisco, anche voi avete ragione; però anche noi. Adesso che è il momento di cavar qualcosa da questa terra, voi scioperate: che cosa dobbiamo farci? No la gente che viene la teniamo perché il lavoro c'è."
"Lo sappiamo anche noi questo! Anche noi abbiamo una famiglia, anche noi abbiamo dei figli e dobbiamo mantenerli, e scioperiamo per avere qualche soldo in più."
"Noi abbiamo le tasse, che voi non avete!"
"Però avete le vacche nella stalla e a suo tempo i prodotti da vendere!"

E così abbiamo continuato un bel pezzo a parlare: intanto le altre erano andate alla cascina dopo Bardelle. Là è accaduto il pasticcio. (M.M.)
A mezzogiorno ci dicono:
"Bisogna andare al Belgiardino a convincere le crumire che lavorano là"
E alè, appena pranzato, io, la C., e qualcun'altra, arriviamo là e troviamo uomini e donne che lavorano.
C'è B.B. e i suoi fratelli, altri contadini e donne.
"Dove andate, puttane di donne? Anche qui venite a tormentarmi?" - gridano subito, e ci viene incontro gridando da maledetto.
"Vogliamo che quella gente torni a casa perché sono loro che rovinano i nostri uomini!"
Intanto mi viene vicino suo fratello, che era stato mio compagno di scuola e mi dice: " Anche tu sei qui?"
"Si anch'io ci sono: lo faccio per la fame e per mio figlio. E poi non solo per me, ma per tutti, perché tutti sono nelle mie condizioni. E' facile per te parlare, che hai le vacche nella stalla. Io non ho nient'altro che le braccia del mio uomo! Dimmi perché non ci vai tu su quel carro a disporre il fieno, al posto di quella donna?"
"Puttane, vacche, andate via! Non si può nemmeno lavorare in pace! Vengono a portare via la gente dai campi" gridava B.
Intanto arrivano i carabinieri e lui si mette di nuovo a gridare:
"Sparategli, sparate a quelle donne che vengono a mandare a casa i contadini!"
"Cosa volete?" ci domanda il maresciallo.
"Vogliamo convincere quella gente a scioperare"
"Mandatele via quelle puttane, che non ci lasciano stare nemmeno quando stiamo lavorando!" gli dice B.
"Noi abbiamo la famiglia da mantenere, i figli da crescere e lo facciamo per il nostro interesse, hai capito?"
Maresciallo:
"Andate a casa, fatemi un piacere. Mi avete già fatto correre abbastanza, oggi."
La S., che non gliene taceva una, gli dice:
"Così, dopo, vai a casa sua a mangiare un bel salame e a bere!"
Così siamo tornate a casa, coi carabinieri dietro. (M.M.)

(La donna che parla ora è scarna, ha gli occhi affossati, i pochi capelli biancastri continuamente le scendono sul volto, mentre con un pettine li riprende e li ferma alla nuca. Vive col marito contadino in una piccola stanza dove c'è un tavolo, una stufa e qualche sedia).
"Lui è stato a casa i primi cinque o sei giorni dello sciopero grosso, ma poi io ero stufa di vederlo a casa a far niente in quei giorni che c'era un sole da matti, e ho incominciato a brontolare:- Cosa fai a casa tutto il giorno in ozio? Non è meglio che tu vada a lavorare, che prenderai qualcosa?- Io non avevo piacere vederlo a casa tutto il giorno a far nulla, e poi si guadagnava niente, quello era il guaio!"
E passa un giorno, passa l'altro, la gente dell'aia mi sentiva. E M. e A. una sera l'hanno fermato, gli hanno parlato e l'hanno convinto ad andare al lavoro. Allora ce n'erano pochi che lavoravano ed era una fortuna per il padrone trovarne qualcuno.


Così la mattina seguente, ascoltando le loro istruzioni, ("Va da quella parte, fa questo, fa quello") è andato a lavorare.
Immagini la gente? "E' stata lei a costringerlo, altrimenti gliele suonava!".
In quei giorni ne ho sentite di cotte e di crude contro di me. C'erano donne e uomini che non mi salutavano più, e io che cosa dovevo fare? Non era poi solo colpa mia se era andato a lavorare; lui mi ascoltava e poi faceva quel che gli piaceva: sono stati i padroni che sono riusciti a convincerlo. Io, la colpa, me la tenevo, che dovevo fare? In fondo avevo anche piacere che lavorasse, così portava a casa qualche soldo: (Moglie di U.B.)

Noi eravamo molte: molto attive eravamo sei o sette. Se fossimo state in quattordici o quindici!
A Drizzona c'erano e là il latte l'hanno sempre avuto.
Invece a noi, durante lo sciopero, il latte non l'hanno mai dato. Ricordo che c'era una donna piuttosto grassa che adesso abita a Piadena; si è messa un cuscino attorno al ventre per fingere d'essere in stato ed è andata nella stalla mentre stavano mungendo. Dice al padrone:
"Voglio il latte"
E lui: "No, non te lo do"
E lei, questa donna grassoccia, dura, col pentolino in mano, ripete:
"Voglio il latte"
"No"
"Non vedi in che stato sono? " e gli mostra il ventre.
Finalmente gliel'ha dato. Dopo ci sono andate altre donne e la Celere che era là, ne ha portate alcune a Cremona, e volevano portare anche lei, ma lei diceva: " State freschi se volete che venga a Cremona in questo stato!"
E così l'hanno lasciata a casa.
Ah se fossimo state un po' più ardite, avremmo avuto il latte anche noi, in quel tempo! (M.M.)

 

IN QUEI GIORNI ACCADDE L'EPISODIO CHE TRE ANNI PIU' TARDI PORTERA' DAVANTI AI GIUDICI UN GRUPPO DI CONTADINE PIADENESI.

Quella mattina ci alzammo presto. Eravamo già d'accordo dalla sera precedente: quando fummo tutte pronte, partimmo.
Andammo per la strada che da Pontirolo porta a Voltido e sul ponte ci fermammo per mandare a casa le crumire che arrivavano da Voltido, Recorfano e da Cascina Campagnola per andare a lavorare da Scaramazza.
Dopo un po' arrivarono e noi cominciammo a gridare in mezzo alla strada per non farle passare.
- Noi andiamo dove vogliamo, avete capito? Smettetela di tormentare la gente che lavora!-
- Voi a lavorare non dovete andarci!-
Intanto che stavamo discutendo passò una donna ben vestita, alla quale non facemmo caso. Era la cognata di S. che andava ad avvertirlo. Lui aveva già mandato la figlia di L. alla Latteria a far telefonare ai carabinieri.
Intanto noi continuammo a discutere per far loro capire che era un danno anche per loro fare le crumire.
- Voi rovinate i nostri uomini che da 20 giorni sono in sciopero per avere un aumento della paga. Se voi lavorate i padroni non cedono, se invece state a casa il padrone non può fare da solo i lavori e deve cedere: così i nostri uomini ottengono l'aumento e anche voi ne beneficiate, non vi pare?-
- Andatevene, voi e le vostre storie, comunistone! Noi sa lavorare ci a andiamo e non abbiamo bisogno dei vostri consigli!-
Intanto arrivò Scaramazza.
- Anca chè slandri vegnì a fa puler?-
- Sa vot te?-
Nel frattempo, discutendo, le crumire si erano raggruppate in quello spazio che è davanti a tutti i cimiteri; noi eravamo davanti a loro per non farle passare e dietro avevamo Scaramazza. A un certo punto, durante la discussione, udii due colpi di rivoltella sparati dietro di noi. Io non so se furono sparati in aria o in mezzo a noi, comunque nessuna fu colpita. Era stato Scaramazza, e noi subito gli demmo delle parole:- Balos, che te ghet sparat alla schena! Al che cuma fi a difendive vualter majoni. Bella legge l'è questa!-
- E allora, volete andare via e lasciar stare queste donne? - gridava lui.
- No, non le lasciamo venire! Sei un disgraziato a sparare in mezzo a madri di famiglia che fermano le crumire perché lavorando rovinano i nostri uomini. Noi a casa abbiamo dei figli: questo che facciamo lo facciamo per loro!-
A quel punto si sentì gridare:- I carabinieri! I carabinieri!- E qualche donna, alè, riuscì a scappar via.
Appena arrivato, il brigadiere gridò: - Ferme tutte, e al muro!- E ci fa mettere contro il parapetto del ponte. Poi si fece raccontare il fatto da Scaramazza.
Così aspettammo una buon'ora che la Celere venisse a prenderci. Poi un carabiniere ci venne a dire che la Celere non poteva venire, e alè, via tutti in bicicletta. Tutti non l'avevano e rimediammo salendo in due su una bicicletta,
coi carabinieri davanti e dietro.

Arrivate a Piadena, vedendoci accompagnate dai carabinieri, la gente ci guardò in faccia come per domandarci:
- Ma cosa avete fatto?-
E andammo in caserma.
Intanto la gente si ammucchiava davanti alla caserma e vennero alcuni a protestare, venne il sindaco a vedere se era possibile farci uscire. Nel frattempo noi, sotto la sorveglianza di un carabiniere, giocavamo nel cortile a bocce.
Fuori la gente si faceva più numerosa, noi lo capivamo dalle voci che si udivano fuori.
Dopo due ore (eravamo state arrestate alle 8) ci lasciarono uscire. La folla riempiva la strada davanti alla caserma e la piazza: la gente ci veniva incontro, ci abbracciò contenta. C'erano le nostre mamme, i vicini, i contadini e i bergamini in sciopero e tutti ci dissero:- Siete state brave! Siete state brave!-
Mentre eravamo dentro, Scaramazza venne col camioncino per la dichiarazione in caserma, ma la gente lo fece scappare. Non so dove si nascose, mi pare dove c'è adesso Calcina, in quel cortile. So che dovettero andare là i carabinieri a prenderlo; lo scortarono fino in caserma perché aveva paura di andarci. (C.G.)

 

C'ERA CHI AVEVA TROVATO IL MODO, CON LO SCIOPERO, DI FARSI AUMENTARE LA PAGA

"El famei de fagot"
Di paga fissa io non ne prendevo. Mangiavo, sì, meglio che a casa mia, e alla festa mi dava la mancia: 500 lire. Quando ci fu lo sciopero, poiché lavoravo di più, mi dava qualcosa di più: 1500, 2000 lire ogni festa. Ma era una vita che non mi piaceva. Ero sempre impegnato, pochissimo il tempo libero, eccettuato l'ultimo anno che me lo prendevo. (E.B.)

 

FINALMENTE LO SCIOPERO EBBE FINE

L'ultima settimana i bergamini ricevettero l'ordine di scioperare: furono loro a decidere la battaglia. I padroni non ci vanno a lavorare nella stalla, in mezzo alle bestie e alla merda.
Così cedettero. (A.M.)

Quella sera c'era un mucchio di gente in questa casa. Avevo già quella radio e ascoltammo il bollettino che disse che a Roma era stato firmato il patto con le nostre richieste.
Te l'immagini la nostra felicità? C'era B., che non so se qualcuno l'ha già visto ridere, che dalla contentezza prese in braccio e abbracciò la figlia di P., e intanto involontariamente urtò quel vetro e lo frantumò.
La casa mi si riempì ancor più di gente, tutta contenta perché avevamo vinto. Alla mattina andai dal falegname a dirgli di sostituire la lastra. (B.C.)

A quel tempo io lavoravo da M. e quando il 25 giugno ci vide andare a prendere l'ordine, ci disse:
- Signore Vi ringrazio! Oggi porteremo a casa un po' di covoni!-
C'era il vecchio B., agricoltore buono che non voleva male ai contadini perché sapeva che facevano il proprio dovere e che scioperavano per i loro diritti. Quando seppe che lo sciopero era finito, disse scherzando:
- Oggi tornano quei delinquenti di comunisti!… Ho tenuto apposta una botte di 16 brente per dar loro da bere!-
Lui, i crumiri, non li stimava, diceva che erano lazzaroni e che aveva fiducia dei suoi uomini, perché sapeva come lavoravano.
- Cosa vuoi pretendere da lazzaroni? - diceva parlando dei crumiri. (C.L.)

I bergamini, fino al 1934, erano gli unici che potevano avere 12 pertiche di terra coltivata a granoturco da curare e beneficiare di un terzo del prodotto. Invece ai contadini, fissi e a giornata, non spettava niente.
Dal 1935 a tutti i contadini, compresi i bergamini e i cavallanti, spettarono ad ognuno 6 pertiche seminate a granoturco da coltivare, con un terzo del prodotto.
Per la legna, i bergamini e cavallanti, ne avevano 42 quintali all'anno, mentre ai contadini niente. Dal 1935 tutti ebbero diritto a 25 quintali, portati a 35 dopo gli scioperi del 48-49.
Dal 1945, appena finita la guerra, ad ogni contadino fisso, toccavano 9 q.li di granoturco secco all'anno, senza doverselo così lavorare; gli scioperi del 48 e 49 l'hanno portato a 12 q.li
Sempre nel 45 a ogni contadino fisso spettavano 4 q.li di frumento all'anno, che sono stati aumentati a 7 dopo gli scioperi. (S.M.)

I bergamini, che avevano 12 feste all'anno, ne hanno ottenuto una alla settimana, cioè 52 feste, più 8 giorni di ferie, in complesso 60 giorni festivi invece di 12. E noi contadini abbiamo aumentato da 6 a 8 i giorni di ferie, che prima facevamo metà quando volevamo noi e metà quando voleva il padrone, che per solito concedeva quando pioveva o nevicava per non pagartele; invece ora possiamo farle quando vogliamo. Questo siamo riusciti ad ottenere con gli scioperi, anno per anno! (G.E.)

 

STRASCICO DELLO SCIOPERO:
IL PROCESSO NEL 1951

In gennaio dell'anno seguente, mi pare, (so che faceva molto freddo) fummo chiamate a Casalmaggiore per l'istruttoria. Poi, dopo un bel po', so che faceva già freddo e indossavamo i cappotti, ( deve essere stato durante l'inverno di due anni dopo) noi non ci pensavamo nemmeno più, ci chiamarono al processo a Cremona.
Era una comica a vedersi! Scaramazza, che era la parte lesa, sembrava uno spaventato: te l'immagini noi!
Ricordo che prima del nostro c'era stato un processo serio, in cui l'imputato aveva preso una grossa pena. A me è rimasto impresso un avvocato di quel processo, che è rimasto lì a sentire il nostro e si è addormentato. Indossava ancora la toga nera e "el dormiva che el pariva en soc, e ghe vegniva zo la bava dalla buca". C'erano dei giovani carabinieri che ogni tanto ci davano una strizzatina d'occhio.
- Imputato alzatevi- diceva il carabiniere, e c'era chi si alzava e chi restava seduto.
- Imputato alzatevi!- gridò ancora quello, e una che non era molto alta e in mezzo alle altre non si vedeva, saltò su:- Sono già in piedi, perdio!-
Poi la C. ogni tanto usciva con certe battute che c'era da morire dal ridere.
L'avvocato ci disse:
- Non dite che siete andate apposta per convincerle a scioperare, ma che vi trovavate là intanto che andavate a comperare gli anatroccoli o i pulcini o le uova - E così là dentro c'era il pasticcio: chi era andata a comperare uova, chi i pulcini, chi gli anatroccolo…. So che ne hanno interrogate due o tre, ed io, che ero una delle ultime, non mi hanno nemmeno interrogata. (F.R.)

Ah, era una farsa! Tutte noi ci avevano fatto sedere su panche di fronte a quelli in tunica nera. C'era anche Scaramazza con le sue crumire.
Per prima fu chiamata una di Recorfano e le chiedono: - Vi hanno minacciato quando sono venute a fermarvi per non farvi andare a lavorare?-
- No - dice lei.
- Vi hanno picchiato?-
- Ma no. Nulla ci hanno fatto. Ci hanno solo detto di non andare a lavorare.-
- C'erano degli uomini con loro?-
- Io non li ho visti-
E così sono state interrogate quasi tutte e tutte rispondevano pressappoco come quella.
Poi hanno interrogato la L., quella che abitava nell'aia, e lei risponde:
- Si, mi hanno minacciato, ci hanno picchiato-.
E la C. che non era capace di tacere:
- Impostora! Non ti abbiamo picchiato, ma se continuavi ancora un po' le prendevi di sicuro!-
E i giudici alla L.:
- E' certa di quello che dice?-
- Si sono sicura-
E noi, tutte assieme:
- Impostora! Avemmo fatto proprio bene a suonartele!-
E il giudice:- E' pronta a giurare?
- Si, giuro- dice lei.
Dopo un po' Scaramazza dice che bisogna rimandare il processo perché mancava un'imputata.
Infatti quel giorno mancava la C. So che a quel punto la C. ha afferrato uno di quelli in tunica nera che aveva davanti (era il Pubblico Ministero!) e gli ha detto, intanto che gli tirava la tunica prendendolo per quelle maniche larghe:
- Ehi, signore! Guardi che io venerdì non vengo più per queste storie! Finisca stamattina se ne ha voglia, se no io non vengo più!- (A.E.)

Quando siamo uscite, dicemmo a S.:
- Non venire a casa con noi perché ti buttiamo giù dal treno!-
Dove andava con le sue crumire noi lo seguivamo. Andava in un caffè? Noi dentro:
- El ghe paga el cafè ali crumiri perché li ga fat bel-

Noi siamo tornate alla sera, col treno delle otto, ma lui, con le sue crumire, non c'erano: deve essere tornato con l'ultimo treno. (C.B.)

Scaramazza non era capace di spiegarsi perché voleva raccontare tutto , ma non voleva dire che aveva sparato quei due colpi di rivoltella.
Noi dicevamo che ci eravamo trovate là intanto che facevamo una passeggiata mattutina, o perché andavamo a trovare una nostra parente che abitava in quei luoghi; alcune dicevano che si trovavano là perché erano andati a vedere pescare. Alla fine ci hanno detto:
- Voi comunque avete proibito di transitare su una strada pubblica a delle donne che potevano andare a lavorare nei campi e potevano anche essere dirette ad altri luoghi. Dunque avete commesso reato-.

E ci hanno condannato. Io, perché avevo partecipato a mandare a casa i crumiri di B. ho preso 4 mesi per quel processo e 6 per questo, in complesso 10 mesi. Ma con la condizionale non ho fatto dentro nemmeno un giorno. E la scheda non è sporca, perché voto ed ho sempre votato.
C'erano poi le spese da pagare, che per i due processi ammontavano a circa 40.000 lire.
Con lotterie, con torte e bussolani messi all'asta, un po' alla volta siamo riusciti a raccoglierli e a pagare. (C.G.)

Più tardi, a quelle proprietarie della casa, è stato imposto di pagare le spese del processo: erano tre o quattro. In complesso 18.000 lire, che sono state pagate dalla Camera del Lavoro.

 

A 10 ANNI DI DISTANZA I GIUDIZI SUI CRUMIRI E SULLO SCIOPERO DEL 49 SONO DIVERSI E CONTRASTANTI

A S. Paolo non c'era un solo crumiro.
Si, c'era F. che non ha mai scioperato un giorno, e pian piano ha fatto su i soldi e si è comperato dei campi e ancora adesso ne compra. Ma noi! Sempre quei poveracci, siamo restati! (Moglie di P.M.)

I padroni sono riusciti a far paura, aiutati anche dai sindacati dei preti.
Uno, per non andare in discordia lascia andare, un altro che vede tutta la situazione, si tormenta per quel che vede e quel che prova, ma quando bisogna agire ha paura, non sa che cosa fare e così resta quello di sempre, con tutti i suoi pensieri nella testa, forse anche più di prima; ma sempre con quella confusione, per cui non è capace di venire a una soluzione e di vedere chiaro.
Insomma non è capace di fare quello che gli detta la sua coscienza. Sente uno che dice:
- Gli scioperanti sono disgraziati, lasciano marcire la roba nei campi, fanno ammalare le vacche!-
E lui pensa a questo e tutto quello che pensava prima non esiste più, è il contrario di prima.
Poi sente un altro che dice:
- I crumiri sono dei disgraziati perché vanno contro il loro interesse e danno ragione al padrone-.
E dentro di lui pensa che hanno ragione anche quelli che parlano così, e non sa cosa fare. E così vedi tanta gente che con uno parlano in un modo, con l'altro in un altro modo; questo perché non hanno una linea da seguire, non hanno un carattere.
Sono degli ignoranti. E sempre più andiamo avanti, sempre più si forma gente simile. Se ieri ce n'erano dieci che scioperavano, oggi sono nove e sempre più diminuiscono. E così i padroni sempre più diventano forti. (M.G.)

A Grasselli andavano ad aiutare i G., il P. e poi quello stupido di F. Andava ad aiutargli a portare a casa i covoni intanto che il frumento del suo campo si bagnava; l'ha messo in barchessa bagnato, così prese il bollore e gli diventò tutto nero e al posto di 6000 lire al q.le ne ha prese 4000 e su 30 q.li ci perdette 60.000 lire. Lui faceva questo perché pretendeva che G. andasse ad arare i suoi campi. Invece dovette chiamare il R. perché G. gli rispose:
"Quando avrò finito i miei lavori verrò da te". (A.M.)

Insomma noi siamo come i ferrovieri: quando i macchinisti scioperano, il treno si ferma, ma fin quando questi lavorano il treno tira sempre avanti, anche se l'altro personale sciopera.
Se i bergamini decidono di scioperare tutti insieme, l'azienda si ferma e i padroni sono costretti a cedere. (P.M.)


E' stato al tempo di quello sciopero che è avvenuta la scissione della Camera del Lavoro.
Formis diceva che non era il momento di fare uno sciopero perchè la gente non era ancora matura.
Fogliazza invece diceva che era il momento e bisognava lottare per ottenere qualcosa. Lo sciopero è stato proclamato e si è visto che una parte ha scioperato mentre un'altra andava a lavorare.
Così si è visto che non tutti i contadini avevano le medesime idee e che la Camera del Lavoro non capiva chi fossero i contadini. Così c'è stata la scissione: chi se ne è andato e chi è rimasto.
Allora ero capo-azienda a B. e nei primi giorni non si vedevano contadini venire a lavorare. Poi, una mattina, il padrone arriva con tre uomini e mi dice:
- Comandagli!- Io do gli ordini e quando siamo tutti nei campi domando loro:
- Di dove siete?-
- Di S. Michele, dopo Cremona-
- Io sono un bracciante- dice uno.
- Io un terrazziere- dice l'altro.
- Anch'io- dice il terzo.
- Al vostro paese non c'è lavoro?-
- Certo che ce n'è-
- E allora perché venite qui?-
- Perché prendiamo di più-

Poi uno mi dice che è comunista e mi mostra la tessera; e anche l'altro dice così e io gli dico:
- E perché non scioperate?-
- Perché la fortuna di prendere 2.000 lire al giorno, più le spese, è rara.-
Qualche giorno dopo ne sono arrivati altri due, anche loro comunisti.
Così c'era il boicottaggio dalle due parti: c'erano quelli come me che non scioperavano per ragioni di principio e c'erano quelli dall'altra parte che non andavano a lavorare al loro paese per fare il crumiro in un altro.
A Piadena i contadini che scioperavano per far riuscire lo sciopero, mandavano a casa quelli che lavoravano mentre i loro compagni che lavoravano da me, arrivavano alla mattina col treno e per non farsi vedere venivano alla cascina attraverso i campi.
I bergamini in principio non avevano l'ordine di scioperare, poi, visto che lo sciopero falliva, glielo hanno dato l'ultima settimana. I contadini intanto, col passar dei giorni, cedevano e tornavano al lavoro; così lo sciopero è finito con un niente di fatto. E di questo sciopero se ne sono ricordati parecchi perché anche famiglie oneste si sono riempite di debiti e i poveretti che han resistito fino in fondo ce ne avevano fin sopra i capelli.
Ora però non si sente più parlare di scioperi di contadini che durano 40 giorni. Quando c'è da scioperare saranno in due o tre, non di più, perché gli altri hanno paura, e sai perché? Perché se non sciopera il bergamino, il cavallante e il mandriano, è inutile che gli altri scioperino. Quando nella stalla e negli stalletti i mestieri sono fatti, il padrone se ne infischia se i contadini fanno sciopero. Se sono in otto che lo fanno, lui quel giorno risparmia 10.000 lire; questo i contadini lo pensano prima di scioperare.
Queste sono le conseguenze dello sciopero del '48: chi aveva scioperato era disdettato dal padrone e così ogni anno, a S. Martino, se scioperavano, erano disdettati e dovevano far su i loro quattro stracci e partire.
Dopo due o tre traslochi per lo stesso motivo, stanchi d'aver ogni anno da far fagotto e andarsene, non s'interessano più di sciopero.
Sono come cavalli che hanno preso paura, nessuno gliela leverà più.
Ora sono i bergamini che possono decidere uno sciopero, sono loro che hanno la forza in mano perché di bergamini ce ne sono pochi e sono ricercati; ma loro, scottati da quella volta, hanno ancora paura.
Noi vediamo che quando scioperano gli statali, impiegati, ragionieri o ingegneri che siano, sono compatti e lo fanno quasi tutti.
Sì, è vero che dipendono anche loro da uno che li comanda, che ce l'hanno anche loro un padrone, ma non lo vedono, non fa loro ombra, non hanno paura di loro perchè non sono alla sua diretta dipendenza; invece un contadino o un bergamino ce l'hanno vicino, lo vedono, gli parlano insieme e stanno nella stessa aia, ed anche questo fa paura.
La paga poi! Vedevo l'altra sera in Comune che cercavano di migliorare gli stipendi ai dipendenti; io pensavo:- Perché uno deve prendere 80.000 lire al mese perché è impiegato, mentre uno stradino, poveretto, che è su una strada tutto il giorno, sotto la pioggia o la neve, deve prenderne 31.000?
Poi stabiliscono di dare un aumento a quello che sta in alto che prende già il doppio dell'altro che sta in basso, e viene ad aver il doppio di quello che sta in basso. Sia uno che l'altro non hanno il diritto di viver ugualmente? E allora perché non hanno lo stesso stipendio?
E' vero che in tutta Italia è così, tutto diviso in categorie; c'è dappertutto una scala e c'è chi sta in alto e chi sta sempre in basso.
E' vero che se aumentiamo un po' lo stipendio a chi sta giù, questo può stare meglio, ma chi sta in su va ancora più su e così la scala rimane sempre. Bisognerebbe cambiare tutto. Ma non siamo noi che possiamo farlo.
E poi io credo che sia molto difficile mettere tutto sullo stesso piano. Se un padrone vuole seminare due campi di erbe diverse, ci riuscirà, ma c'è sempre, in un campo o nell'altro, erba più alta o più bassa di quella desiderata. Vuoi che il padrone faccia passare tutta l'erba per tagliare quella più alta? Cosa vuoi mai, questa divisione c'è sempre stata…
Nel 1925, quando c'era al potere Mussolini che voleva migliorare le condizioni dei poveri, in un anno lo hanno attentato tre volte per ucciderlo.
Vedi dunque che quando uno vuol far del bene ai poveri, tentano di ucciderlo e se non lo uccidono sta certo che al governo non ce lo lasciano. Cosa vuoi mai: noi contadini siamo delle pecore e ognuno seguiamo il nostro pastore. (L.V.)

I "liberini" avevano già firmato il Patto prima di cominciare lo sciopero e ci avevano detto di non scioperare perché si erano già accordati; ma gli altri l'han fatto lo stesso e poi alla fine hanno preso quello che i liberini avevano già firmato….
MOGLIE: - No, questo non si può dire. Io non sono sicura. Se i padroni non cedevano (e hanno tenuto per una quarantina di giorni), io non credo che abbiano ottenuto quello che i liberini avevano già firmato. Se a un certo momento i padroni hanno dovuto cedere, qualcosa di quel che era stato domandato devono aver concesso. Io non so nulla di preciso, però mi pare che con quello sciopero sia stato ottenuto poco. So che certi hanno fatto non pochi debiti.
Qui gli agricoltori si aiutavano, di notte si aiutavano nella stalla, e poi c'erano anche dei comunisti che a mezzodì erano in piazza per dimostrare che scioperavano, ma poi di notte andavano nella stalla a lavorare o nei campi a falciare. Io quella gente non mi piace: perché fare i comunisti appena mezzodì e non per tutto il giorno? O sempre o niente! (U.B. e moglie)

Se fosse stato per loro, gli affittuari te l'avrebbero anche dato l'aumento che chiedevi.
Erano i grandi proprietari che non concedevano, perciò bisognava far sciopero. Anche loro sapevano cosa significava avere della terra in affitto e dover dare ogni anno i soldi al padrone.
Loro te li avrebbero concessi gli aumenti, ma avevano paura del padrone della terra, che avrebbe potuto, alla fine del contratto, disdettarlo, se avesse visto cedere di fronte alle richieste dei contadini: per questo tenevano duro anche loro. Ma gli affittuari ci sono più in mezzo ai contadini, ci sono a contatto, lavorano insieme e possono più degli altri capire le nostre necessità. Infatti anche loro dipendono da un altro, anche loro ogni anno devono andare a levarsi il cappello davanti al padrone della terra e a lui sganciare l'affitto richiesto, fino all'ultimo centesimo, buona o grama che sia stata l'annata. (C.L.)

 

LA SITUAZIONE ATTUALE

"EL FAMEI DE FAGOT": - Finito lo sciopero, una mattina vedo i contadini e i bergamini venire a prendere l'ordine. Meno male, ora avrò un po' di sollievo , pensavo, invece era sempre la solita storia fino all'inverno.
D'inverno si stava meglio: io curavo i manzetti, che non era un gran lavoro, e tiravo avanti così. Non stavo male, insomma; ma appena arrivava la primavera, alè, a lavorare senz "ura nè bacioc". Il "famei de fagot" l'ho fatto due anni e poi sono tornato a casa.
Allora vedevo di più qualche lira. Ricordo che con le mance della domenica ero riuscito a racimolare 15-16 mila lire. Ora al lunedì sono già al verde, e pensare che anche allora fumavo! Certe volte capitava che ero senza sigarette o che non volevo toccare quel che avevo in serbo, allora dicevo al padrone:
- Signor Pino, domenica non m'ha fatto la paghetta-
E mi dava 1.500 o 2.000 lire. Così non ero mai senza. L'ultimo anno uscivo tutte le sere o quasi e di soldi ne spendevo, ma non restavo mai senza. Adesso sono più le sere che vado a letto perché sono al verde, di quelle che esco. (B.E.)

Hanno paura, hanno paura: ecco tutto. Adesso distribuiscono le tessere, dimmi tu cosa vale avere un pezzo di carta in tasca, quando al momento di fare tutti uniti una protesta hanno paura e non vogliono farsi vedere.
Certi poi prendono la tessere e dicono a chi gliela porta:
- Mi raccomando, non dire che sono iscritto-
Temono che lo vengano a sapere. Dimmi tu se si può andare avanti, con gente che prende la tessera per far piacere all'uno e all'altro e che la mostra soltanto quando gli conviene!
Ci vuole della gente che non abbia paura a dire quello che è, non che in un posto parli in un modo e nell'altro in modo diverso! Quando si può parlare come si vuole, parlo, quando non si può, taccio, per ora. (M.G.)
Adesso c'è tanta paura. Se dovessimo trovarci tutti uniti a scioperare, non ci sarebbe niente da fare, i padroni andrebbero avanti lo stesso. Bisogna che con noi ci siano i bergamini. Sono loro che hanno la forza in mano, adesso.
Adesso gente che si sacrifica a stare nella stalla ce n'è poca. Il mio padrone, per avere il bergamino è andato a prenderlo dopo Cremona. Gli ha trasportato qui il mobilio e gli ha dato 100 o 150 mila lire in più della paga.
Ecco perché con loro trovi poca solidarietà quando c'è da scioperare. Poi c'è che abitano nell'aia, a uscio a uscio, e per questo anche non hanno il coraggio di farsi vedere a scioperare.
Poi c'è qualche sciocco che dice:
- Non vorrai che perda 1200 lire per stare a casa una giornata!-
Insomma, tutte le scuse sono buone per andare a lavorare. Poi certi hanno sempre paura che sia uno sciopero di politica, uno sciopero di partiti, ed è per questo che non partecipano. (M.U.)

A S. Martino, B. ha licenziato me e altri quindici perché avevamo scioperato, e così ho cambiato padrone. Adesso non ci troviamo più uniti. Adesso uno tira e l'altro molla. E vuoi che lo stupido lo faccia io solo, quando c'è da scioperare?
Un giorno c'era sciopero di mezza giornata.
Tutti i contadini lavoravano, ma un vecchietto mi dice:
- Allora oggi, festa?-
- Sì, festa - rispondo.
- Oggi mio figlio va alla fiera e io vado via- mi dice, ma lo ha fatto per indagare.-
Il pomeriggio sono venuto a sapere che nessuno aveva scioperato e quando è l'ora di recarsi al lavoro vedo quel furbone col suo ferro in spalla che va a segare.
Che vuoi fare? Vuoi che vada io solo a fare lo stupido? Preso il mio ferro me ne sono andato anch'io a segare. Nei campi S. gridava:
- Bisogna stare a casa, bisogna scioperare!
E io : - Perché tu non l'hai fatto?-
- Non vedi che ci vanno tutti?-
E io: - E devo allora fare lo stupido solo io?-
Ora la gente non è più come una volta, adesso ha paura, è disorganizzata. In più i padroni, prima di assumerti, non s'informano se sei un bravo lavoratore o un lazzarone, ma se farai sciopero o no. Quello per loro conta. La prima cosa che ti chiedono è:- Scioperet?-
Questa è la paura del contadino, perché se scioperi ti mandano la disdetta : prova a metterti nei panni di uno che sta nell'aia, con la famiglia e tutto. Se sciopera, a S. Martino il padrone lo disdetta e così non è solo un altro padrone che deve cercarsi, ma un'altra casa in cui abitare. Sei capace di trovarla anche vicina, ma che affitti! E se la trovi in una cascina, può essere lontana quattro o cinque Km. dal posto di lavoro, dove per arrivarci, d'inverno, occorrono le ali. Il contadino lo pensa questo. E pensa anche che sarebbe giusto scioperare, tenere per il suo interesse, ma quando pensa alla famiglia, alla casa, e che se va via non sa dove trovarne un'altra, non sciopera, va a lavorare, fa il crumiro, così si assicura che il padrone a S. Martino non lo cacci via, e per un altro anno ha la casa. (P.M.)

Credete che non avessi piacere che la paga aumentasse? Ne parlavo l'altra sera in casa mia con delle spose che mi dicevano:
- Vien su Natale e cosa prendiamo noi contadini in più delle altre quindicine? Tutti quelli che lavorano in stabilimento prendono la tredicesima, quelli che sono a Milano d'estate vengono a fare le ferie. I contadini niente.
Per Natale è come un'altra quindicina, se cade in un giorno giusto, se no te li danno un'altra volta. E le ferie? Li lasciano a casa quando piove.
LUI - A me han già cominciato a farmele fare. Ora che ho già 65 anni m'hanno piantato a casa e se voglio fare qualche giornata devo cercarmi il padrone.
LEI - Io ho una pensioncina, non è molto, ma ora ho preso la tredicesima e non so cosa mi pare, aver preso quei pochi soldi.
Se fosse per l'interesse sarei una delle prime a star con "loro". Quando c'è da chiedere una lira in più per i contadini, che lavorano tutta la vita e alla fine hanno una pensione di 8 o 9 mila lire, anch'io ci starei. Non sono dalla parte dei padroni, come dicono. Loro i soldi li ammucchiano, ma io resto sempre quella. E' per altre cose che non vado d'accordo con "loro", cose che non posso dire che vanno bene.
Io non sono né una comunista, né una democristiana. Se fosse per l'interesse sarei in prima fila, ve l'ho detto ! E' perché "loro"dicono che rispettano la religione, ma da quel che sento…. E poi vai in chiesa, io ci vado poco, ma quando ci vado sento il prete che dice :
- Non appoggiate quel partito che nega Dio, se voi l'appoggiate peccate contro Dio perché "loro" lo odiano. Perdete il diritto di ricevere i sacramenti, non godrete della vita eterna-.
E questo mi fa paura.
Quel che dicono i preti sembra tutto vero, ed io quando sono in chiesa certe volte penso. Dico: vuoi che vada all'inferno per questi ultimi giorni che sto al mondo? Ah no! Poi penso: ma ci sarà proprio niente nell'al di là? E vuoi che per questi ultimi giorni io vada a meritarmi l'inferno? Questa è una paura che ho dentro di me. Poi penso: quando vado a Milano ed entro in una chiesa c'è sempre pieno di uomini e donne ed è una messa dopo l'altra fino a mezzogiorno. Sì, Milano è grande, dico fra me, c'è tanta gente, ma c'è anche tanta gente che va in chiesa; sono uomini e donne che fanno la comunione in file che non finiscono più, e allora dico: non sono solo io a crederci.
Gli altri dicono che siamo dei salami a credere in queste cose ma io, non andar più in chiesa, non far più la comunione, è una cosa troppo grossa, non posso farlo.
Mi piacerebbe vivere a lungo, ma purtroppo sono già vecchia e non ci arriverò a vedere chi sono i coglioni: se siamo noi o se sono "loro". Io non racconto frottole. Quando non sono sicura taccio, quando sono sicura parlo. Io la penso così.Per esempio: dicono che i preti fanno niente. Sì, questo è vero, ma non sono solo loro, ci sono altri che fanno niente, e non pochi!
I preti dicono che sono i ministri di Dio, che rappresentano Dio in terra e a volte mi chiedo: ma sarà vero? Se essi rappresentano veramente il Signore… e qui è la paura!
All'inferno ci andrò lo stesso, ma andarci per questi tre giorni che sto ancora al mondo, proprio no. I preti sono intelligenti, hanno studiato, e come te la spiegano sembra tutto vero; e gli altri altrettanto. A chi devo credere?
Io sono "en pover oc marghèt", in chiesa ci sono sempre andata e certe volte penso: se uno è comunista il prete dice che non ha diritto di sposarsi all'altare, ma sulla porta della chiesa, però chiude un occhio e lo sposa lo stesso all'altare. Insomma quando predicano condannano così forte quel partito che noi vecchiette restiamo impressionate e ci domandiamo; ma quale sarà la verità? E intanto continuiamo a credere e diventiamo vecchi.
Se fosse per l'interesse, chi non farebbe il possibile per guadagnare qualcosa di più?
Se fosse per l'interesse io quel partito l'avrei già mandato al potere da quattordici anni, e l'avrei fatto forte, invece vediamo che al governo non ci va. Da un pezzo dicono: abbiamo vinto, abbiamo vinto!, ma a comandare non ci vanno. Nelle ultime elezioni speravano nei giovani, ma anche questi hanno concluso poco, perché comandano ancora gli altri.
Questi sono sempre in meno; di poco, ma gli altri sono sempre di più. (moglie di U.B.)

Il patto è sempre quello e si tira avanti così: e sempre più c'è gente che ha paura, che non sciopera per non far torto al padrone.
E vanno,vanno, e intanto il padrone fa i suoi affari e lui resta sempre come prima, con le mani piene di vento a guardare in aria alla fine della quindicina perché le settemila lire non ci sono più. (R.A.)